Marco Sappa e Andrea Venturin hanno scritto una pagina importante nella storia dell'alpinismo italiano, completando la prima salita in libera tutta italiana della celebre "Voie Petit" sul Grand Capucin. Questa straordinaria impresa, conclusasi tra il 2 e il 3 luglio, li ha visti affrontare due intense giornate di arrampicata sulle maestose pareti del Monte Bianco, con una notte trascorsa sulla cengia Bonatti. La scalata non è stata solo una dimostrazione di abilità tecniche, ma anche il coronamento di un lungo percorso di preparazione e passione per l'alta montagna, trasformando un desiderio coltivato per anni in una tangibile realtà. Il successo di Sappa e Venturin sottolinea l'importanza della perseveranza e del legame profondo con l'ambiente alpino, evidenziando come la montagna possa essere sia una sfida che una fonte di profonda realizzazione personale.
La "Voie Petit" si estende per circa 450 metri sulla parete est del Grand Capucin, un imponente monolite di granito rosso che svetta a 3838 metri di quota. La via presenta quattordici lunghezze, con difficoltà che raggiungono l'8b, e richiede un'arrampicata estremamente tecnica. Le sfide non si limitano alla difficoltà della roccia, ma sono amplificate dall'altitudine, dall'esposizione e dalla complessità dell'ambiente alpino. Per Sappa, questa salita rappresenta il culmine di un progetto a lungo accarezzato, un vero e proprio "sogno supremo" nel cuore del suo "giardino di casa", come egli stesso lo definisce. La sua determinazione e la sua maturazione come alpinista lo hanno portato a decifrare il "labirinto di granito" a quasi 4000 metri, trasformando un'aspirazione in una vittoria personale e sportiva di grande risonanza. L'esperienza ha richiesto non solo forza fisica, ma anche una notevole freddezza psicologica e la capacità di affrontare condizioni estreme, rendendo il raggiungimento della vetta un momento di grande soddisfazione e orgoglio.
La "Voie Petit": un'icona del Monte Bianco e la sua sfida
La "Voie Petit", aperta nel 1997 da Arnaud Petit, Stéphanie Bodet, Pascal Gaudin e Jean-Paul Petit, è riconosciuta come una delle vie più significative e ardue del massiccio del Monte Bianco. La sua fama è cresciuta ulteriormente nel 2005, quando Alexander Huber realizzò la prima salita in libera, stabilendo la difficoltà massima a 8b. Questa via si snoda a sinistra della storica Bonatti-Ghigo, tracciata nel 1951 da Walter Bonatti e Luciano Ghigo, e attraversa la sezione centrale della parete est del Grand Capucin. Da quel momento, è diventata un banco di prova fondamentale per gli scalatori che desiderano cimentarsi nell'arrampicata su granito ad alta quota, attirando alpinisti da tutto il mondo con il suo fascino intrinseco e le sue difficoltà tecniche. Il suo status di simbolo è consolidato dalla storia delle sue prime ascensioni e dal suo continuo richiamo per le nuove generazioni di scalatori.
L'arrampicata sulla "Voie Petit" è caratterizzata da una varietà di passaggi che mettono alla prova le diverse abilità degli alpinisti. Si alternano tratti di aderenza pura a fessure sottili, richiedendo una precisione assoluta in ogni movimento. La chiodatura presente sulla via è sufficiente a garantire una certa sicurezza, ma non elimina il carattere intrinsecamente alpinistico dell'ascensione: in molti punti, le protezioni sono distanziate e richiedono di essere integrate con l'attrezzatura personale, aumentando il grado di impegno e la necessità di una pianificazione accurata. L'altitudine elevata e il tempo prolungato trascorso sulla parete contribuiscono ulteriormente ad accrescere le difficoltà fisiche e mentali, trasformando ogni salita in una vera e propria sfida di resistenza e resilienza. Marco Sappa ha sottolineato come l'arrampicata a quasi 4000 metri "cambi radicalmente le regole del gioco", rendendola un'esperienza complessa e gratificante al tempo stesso.
Due giorni di determinazione e sinergia sulla parete del Grand Capucin
L'impresa di Sappa e Venturin si è articolata su due giornate intense e impegnative. Il primo giorno è stato dedicato all'avvicinamento e all'arrampicata fino alla cengia Bonatti, un punto strategico dove i due alpinisti hanno trascorso la notte, preparandosi per la sfida del giorno successivo. Questa sosta ha permesso loro di recuperare le energie e di pianificare con precisione i tratti finali della via. Il secondo giorno ha visto la cordata affrontare le lunghezze superiori, quelle che presentavano le maggiori difficoltà tecniche. Sappa, con la sua esperienza e determinazione, ha guidato tutte le lunghezze con difficoltà superiori al 6c, dimostrando una padronanza eccezionale. Ha superato la maggior parte dei tiri al primo tentativo, ad eccezione dei passaggi più complessi di 8b e 8a, per i quali ha eseguito una prima salita per posizionare i rinvii, ottimizzando la sicurezza per il tentativo successivo. L'ultima lunghezza, un 7b+, è stata salita a vista, a testimonianza della sua abilità e confidenza con la roccia.
Nei giorni precedenti l'ascensione, Sappa aveva già effettuato una ricognizione preliminare, esplorando la parte inferiore della "Voie Petit" e raggiungendo, attraverso la "Directe des Capucines", il tiro di 8a nella sezione alta. Questo studio approfondito dei movimenti e delle difficoltà ha contribuito in modo significativo al successo finale. Un elemento cruciale per il buon esito dell'impresa è stata l'intesa tra i due compagni di cordata. Sappa ha infatti evidenziato come la presenza di Andrea Venturin sia stata fondamentale, trasmettendogli "calma e serenità" e fornendogli l'energia mentale necessaria per affrontare una via di tale portata. La sinergia e l'amicizia tra i due alpinisti hanno giocato un ruolo determinante, permettendo loro di superare le difficoltà e di condividere un'esperienza indimenticabile, trasformando la sfida in un trionfo di collaborazione e determinazione. La loro storia è un esempio di come la fiducia reciproca e il supporto morale siano essenziali per raggiungere obiettivi ambiziosi nell'alpinismo di alta quota.