La più recente collezione di Gucci, ideata dal visionario Demna, si è aperta con un messaggio enigmatico e potente, distribuito agli invitati in una confezione raffinata, quasi un gioiello. Questo singolare invito, che conteneva un biglietto simile a un solitario incastonato, fungeva da manifesto per la filosofia audace e leggermente cinica del designer. Un'ironia amara, ma ritenuta essenziale per scuotere il marchio da un'eleganza che, secondo Demna, rischiava di diventare stantia.
La sfilata, denominata suggestivamente 'Primavera', si è svolta in una suggestiva riproduzione del Foro Italico, un'ambientazione che ha enfatizzato la monumentalità delle creazioni. Demna, consapevole della necessità di catalizzare l'attenzione del pubblico, ha scelto di percorrere una strada controversa, flirtando con il concetto di 'trash' pur mantenendo l'intrinseca maestosità tipica dell'alta moda. Un esempio emblematico è stato un abito estremamente ridotto, realizzato con una calzetteria immacolata, un materiale che, pur essendo tradizionalmente considerato comune, è stato elevato a un simbolo concettuale, sfidando le percezioni convenzionali del lusso.
Gran parte degli indumenti presentati, sebbene Demna abbia dimostrato in passato una profonda competenza sartoriale, sembravano quasi fungere da cornice per gli accessori principali. Volumi e forme erano pensati per mettere in risalto elementi cruciali per il profitto del marchio: calzature e borse. Mentre una clientela più sofisticata potrebbe non essere attratta dalle magliette fluide o dall'abito scivolato che richiamava la celebre Nascita di Venere, l'aspettativa è che si scateni una vera e propria corsa per accaparrarsi pezzi iconici come la borsa Bamboo, le sneaker Manhattan o i mocassini Cupertino e Giovanni.
Questo approccio pragmatico e spietato, camuffato da un'analisi sociologica, si auto-smentisce nel momento stesso in cui tenta di giustificarsi intellettualmente. Quando il pubblico sembra aver raggiunto il culmine della saturazione visiva, Demna spinge ulteriormente i confini. Il finale mozzafiato della sfilata ha visto la comparsa di un abito con una schiena scoperta, un chiaro omaggio al leggendario perizoma di Tom Ford, reinterpretato in una versione sontuosa con il logo in oro bianco impreziosito da dieci carati di diamanti. Una dichiarazione di 'volgarità celestiale', un vero e proprio shock che suscita contemporaneamente sdegno e un irrefrenabile desiderio di possesso.
In questa brillante combinazione di elementi, ciò che potrebbe essere considerato un gusto discutibile si rivela la chiave per la rinascita di Gucci. Il marchio, costretto a 'sporcarsi' per riscattarsi, emerge più intoccabile e audace che mai. Una visione astuta, ironica e talvolta velenosa, ma indubbiamente ammirevole.